sabato 28 novembre 2009


E' perché leggo poco e dovrei leggere di più.
Però quando parte la curiosità, vado a fondo: a volte può essere un titolo curioso, a volte è quella persona persona conosciuta via blog amante della natura oppure quell'altra con cui hai chattato e che poi scopri essere la sceneggiatrice di un film che ti è piaciuto. Di solito coi libri scopri qualcosa di più di quella persona, solitamente il meglio. Perché confusi in una società basata sulle immagini ci si dimentica che i sentimenti sono dentro e non hanno colore, e che se non ti fermi un attimo a far silenzio attorno a te non riuscirai mai a leggere il colore di una richiesta silenziosa di aiuto. Vabbè, lo confesso: di Michelle Nouri mi ha subito colpito la sincerità dei suoi modi televisivi, al limite dell'ingenuità ma soprattutto quello sguardo profondo, solare e vagamente orientale, che sicuramente aveva molto da raccontare. Poi le storie orientali mi hanno sempre affascinato: anzitutto la musica, così diversa dai canoni occidentali, poi tutta l'arte decorativa e religiosa con la geometria elevata a misticismo, per giungere ai reportage di guerra di Pino Scaccia e alle immagini del mio amico fotografo Michele, tornato da Baghdad con immagini struggenti e testimonianze toccanti. La diversità che ci tocca e ci stuzzica a saperne di più, perché ci fa interrogare di quanto la nostra personale esperienza sia unica solo se si rapporta a essa. E di mezzo c'è sempre una guerra, a mutare tutto in tutt'altro. Perché Michelle e le sue due sorelle, frutto dell’incontro di due culture estremamente diverse, madre cattolica ceca e padre musulmano iracheno, sembravano solo destinate ad una infanzia felice, lei frutto singolare e motivo di curiosità nella profumata e speziata Baghdad. L'amore fa tutto, l'amore ti fa orientare e capire quando anche tradizioni e costumi sono lontanissimi, l'amore ricuce le contraddizioni, riduce le asprezze, rende due genitori amorevoli una fata e un principe. La guerra toglie. Il lungo conflitto Iran-Iraq fa sentire le conseguenze non solo economiche sulla società irachena, giungendo a impoverire e distruggere un rapporto che sembrava miracolosamente resistere. Giungono l'odio e le ristrettezze: Michelle conosce il dolore dell'isolamento e dell'abbandono del padre, la durezza delle ortodossie e la violenza delle ingiustizie e di fronte ad una situazione che precipita deve lasciare l'amata Baghdad per rifugiarsi nella fredda Cecoslovacchia, ancora adolescente. Trascorreranno ancora anni difficili nell'Europa post-comunista, anni di sacrifici e disillusioni, prima che uno spiraglio di luce baci la sua fronte, ravvivando quel lume mai spento di speranza nel riscatto.
Dopo aver letto "La ragazza di Baghdad", il romanzo autobiografico di Michelle Nouri, aver partecipato con lei alla sua rabbia e alle sue speranze non posso che guardare con ancora maggiore ammirazione lo sforzo di chi come lei si adopera per un dialogo interculturale e interreligioso, perché dopo la caduta di un muro, centinaia di altri piccoli muri si innalzano e minacciano un'esistenza altrimenti pacifica e possibile. La storia di Michelle insegna che tutto è possibile se c'è amore e comprensione e che nulla è perduto finchè c'è voglia di riscatto e desiderio di non farsi sopraffare dalle consuetudini e dagli stereotipi.

sabato 21 novembre 2009

Marilena andò nella sua stanza e recuperò un suo album di foto scattate in giro per la Puglia, di quand'era studente di architettura. Cominciammo a sfogliarlo, l'intenzione era trovarne alcune da farci una mostra, era deciso che per il 16 settembre avremmo preparato il tutto. Cominciammo a sfogliarlo: erano davvero tante, tutte belle, una più bella dell'altra, scattate con una reflex a pellicola. Mi sembrava di entrare nel mondo di Giancarlo, nel suo immaginario, nella sua ricerca di aspetti del territorio, dove mi sembrò subito chiaro ciò che il suo occhio voleva cogliere: un senso di bellezza, il bello negli elementi semplici del territorio brullo delle Murge, del Tavoliere, del Gargano e del Salento, pietra e vento, mare e terra rossa, chiese romaniche e rupestri. Era interessato a tutto e sembrava che il mezzo tecnico fosse sottodimensionato rispetto alle potenzialità e al suo talento e comunque quelle foto riuscivano a comunicare benissimo, l'osservatore si lasciava trascinare volentieri e facilmente nell'immagine. Guardare attraverso, guardare oltre. Gli occhi di Marilena si arrossavano mentre sfogliavamo l'album, il ricordo del terribile schianto del fratello era ancora troppo presente. Le foto erano accompagnate da piccole didascalie a penna, tranne che per una, forse la più bella di tutte le immagini. Decidemmo di metterla ugualmente, anzi di lasciarla come ultima nella sequenza della mostra: nessun indizio però ci poteva condurre al luogo di quella foto, quel mirabile rosone absidale ripreso tra lo spigolo di due case.
La mostra della presentazione dell'Associazione fu un successo: oltre 1500 visitatori da quel settembre fino al Natale. Però il dubbio mi ha tormentato per quattro anni: conoscere il luogo di quella foto.
Qualche sera fà mi attardavo in studio per lavoro; un po’ scazzato per quello che stavo terminando, mi tornò alla mente la foto di Giancarlo e di colpo decisi di fare un ennesimo tentativo, quello di cercare con i pochi indizi a disposizione ed un motore di ricerca. Tento con "rosone, puglia" e via a scandagliare le prime 200-300 facciate romaniche pugliesi, nessuna col rosone somigliante a quello. Poi osservo meglio: pare che il rosone della foto sia sotto un arco acuto, non a "tutto sesto". Quindi tento con la chiave di ricerca "rosone, arco, sesto, acuto". E via, un altro centinaio di rosoni, nessuno somigliante a quello della foto … tranne uno, ripreso però dall'interno e senza il finestrone absidale che appare dalla foto della mostra. Apro la pagina web corrispondente, scopro qualcosa di interessante nel testo: si parla di un eccezionale esempio di pianta a croce latina asimmetrica, con l'abside volutamente non in asse (con le asimmetrie poi io ci vado a nozze…), di un maldestro intervento di richiusura del finestrone absidale lì proprio dove sorge il sole, sole d'Oriente che porta il Cristo dell'Ultimo giorno, insomma uno scrigno di simboli alla cattedrale tardo-romanica di Troia, in provincia di Foggia. Dunque il finestrone c'è ma è murato ed il rosone absidale assomiglia proprio tanto. Affino la ricerca con "rosone, cattedrale, Troia" e finalmente alla cinquantesima immagine appare ciò che avevo cercato per quattro lunghi anni: una vista posteriore della chiesa di S. Maria Assunta a Troia (Fg). E nel confronto con la nuova immagine infine, la conferma, ahimè, di quanto ho sempre sostenuto: Giancarlo era un genio, il taglio che ha dato alla foto, il particolare angolo di ripresa, ha fatto di quella vecchia chiesa qualcosa di nuovo, di assolutamente moderno.

 

In ricordo di Giancarlo. Grazie per quello che ci hai lasciato, ora potrò portare i miei figli lì davanti a quella chiesa e potrò raccontare loro di quel giovane architetto che amava tanto la sua terra, il senso della bellezza, del suo amore verso la gente semplice e gli ultimi.

mercoledì 11 novembre 2009

Ripubblico questa immagine perchè mi piace tanto, perchè con un pizzico di fortuna dalle nostre parti a volte c'è l'estate di S. Martino e perchè di 'martini' in casa ne ho due, mio padre e mio figlio, cui voglio fare auguri di buon onomastico e dedicare questa foto.




On air: Sarah - Fleetwood Mac (non c'azzecca un granchè il testo, ma la sentivo giusta per questa immagine)

domenica 1 novembre 2009

Operazione nostalgia in questo week-end. Lo spunto, il "la" l'ha scatenato una esibizione di De Gregori con Morgan l'altra sera, che mentre facevo zapping catturarono la mia attenzione con una bella versione unplugged della splendida "Il suonatore Jones" di Fabrizio De Andrè. In un attimo mi è tornata in mente la messa in scena teatrale dell'estate 1986. Ma andiamo con ordine. In quell'estate si celebrava la sospirata maturità per me e Giovanni, lui al classico, io all'industriale. 
Due vite parallele le nostre, in comune le classi elementari e medie e la parrocchia (nella foto di terza elementare lui il primo a sx in prima fila, io il quarto). Per un paesino di provincia con due sole parrocchie, che si dividono quasi a metà la popolazione, con stili e metodi diversissimi (con preti più moderni e progressisti la mia parrocchia, un po’ più tradizionalisti nell'altra) riunire in un unico progetto una quindicina di giovani di entrambe le parrocchie fu un evento. Le ragazze di parrocchia Santi Medici portarono una riflessione sul tema della libertà (e sulle note di De Andrè, appunto), noialtri di parrocchia S. Antonio di Padova, artefice Giovanni per la ricerca dei testi, portammo in scena un dramma sessantottino, con coraggio ed incoscienza totale. L'estate da maturati la spendemmo per le prove nel salone parrocchiale ed inevitabilmente il pretesto era quello della commedia da mettere in scena mentre c'erano delle interessanti relazioni che stavano nascendo… Comunque arrivammo al 30 settembre, invitammo un centinaio di spettatori tra parenti e parrocchiani, ignari di quanto di lì a poco avrebbero seguito. 
Perché dopo l'innocuo duetto danzante (belle le coreografie di Enzo e Clara), la storia che mettemmo in scena (il titolo era qualcosa come "Storia di questa mattina", non ricordo assolutamente l'autore) era dura e dall'epilogo tragico. Bruno (io) e Ignazio (Giovanni) interpretavamo due compagni di lotta contro il sistema, dalla estrazione sociale molto differente: il primo figlio di borghesia e l'altro rivoluzionario proletario.
Il rapporto conflittuale dei due colora la vita del movimento di lotta: c'è la dolce Rosalì (Mietta) che è attratta da Bruno, la passionaria Mari (Rosanna) e Ignazio, il leader del gruppo, che prepara azioni dimostrative a forza di molotov e striglia tutti a concentrarsi sul fine politico e non lasciarsi incantare da Bruno l'artista, l'ex-borghesino ancora non del tutto redento.
Bruno riceve visite dal padre che tenta di convincerlo a rientrare da lui, dove gli offrirebbe un posto da dirigente nella sua azienda. 
Lui non cederà, ma comincia a maturare l'idea di lasciare il movimento, per andare a lavorare da operaio metalmeccanico e cambiare il mondo dal basso, abbandonando la rivoluzione violenta.  Poi l'imprevisto: durante una manifestazione di piazza Ignazio colpisce un poliziotto, ammazzandolo; al rientro in sede Bruno lo convince a costituirsi, ma il movimento è deciso a fargli pagare quel gesto che vedono come un tradimento. 
L'epilogo giunge mentre Bruno scrive una lettera all'amico Paolo, missionario laico in Africa, nella quale lo aggiorna sulla sua 'lotta' e manifesta l'intenzione di lasciare il movimento.
Un mattone di rappresentazione teatrale (qui si dice anche un 'chiancone'), dialoghi chilometrici zeppi di termini come 'classe borghese', 'proletariato', 'fascisti' e 'compagni', che comunque raccolse applausi (più per l'impegno profuso che per i contenuti) nonostante la recitazione acerba di ragazzi poco più che adolescenti ed una scenografia essenziale.
Appena dopo aver sentito la canzone l'altra sera, mi è ritornato in mente che dell'evento esisteva una videocassetta: cerca di qua e di là, eccola! La passo in DVD e visto che sabato eravamo a cena proprio da Giovanni e Rosanna (che guarda un po’, in quell'estate del 1986 si sono conosciuti, nonché anni dopo sposati e diventati genitori di due splendide bimbe), ospite anche Mario e famiglia (anche lui nella foto scolastica di sopra, proprio alle mie spalle) l'ho tirato fuori et voilà, operazione nostalgia è servita.
Sono saltati fuori tutte le tresche ed i retroscena delle prove
(es. la scena in cui Bruno doveva dare un pugno a Ignazio l'avremo provata almeno 15 volte, non mi riusciva proprio di sferrare un pugno ad un amico per esigenze sceniche…), ci siamo stupiti di come diavolo abbiamo fatto a mettere in scena un testo così tosto e naturalmente con gli anni passati abbiamo faticato un po’ per farci riconoscere ai figli.
C'era un'atmosfera di insolito ottimismo sabato sera, un vino rosso che scorreva come non ricordavo da anni … bella serata ma la notte il vinello faceva l'altalena! Non riesco a credere, pur nei limiti delle ingenuità interpretative di quell'età, che una analoga generazione oggi si possa cimentare in un'impresa simile… attendo smentite!